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mercoledì 13 aprile 2011

Lame




E quando Chrono recise i genitali a Urano..
Nettuno li ingoiò spumeggiando fuori Venere.
Storie di lame,
lamenti
e lamè.

giovedì 24 marzo 2011

Interferenze

Luna opposta a Nettuno

- Lo senti ora?
- Si, si lo sento, ma a che mi serve? E' lontano, irraggiungibile. Non posso farci niente. Sono impotente. Ricevo, ricevo. Mi fa male la testa.
- Allontanati dal dolore, respira con tutto il corpo, respira con tutti gli altri corpi, li senti?
- No. Sento solo che mi si sta spezzando il cuore. Smettila. Voglio dormire.
- Li sognerai e se non impari a respirarci assieme, continueranno a farti del male. Soffrirai assieme a loro, gioirai di qualcosa che non ti appartiene in quel modo. Canterai canzoni allegre nelle serate intrise della tua malinconia.
- Smettila! A me basta sentire quelli a me vicino. E' sufficiente. So che sono loro e posso aiutarli
- Non è compito tuo aiutarli. Non ha senso che tu ti rinchiuda nel tuo guscio, troppo facile cara mia! Devi sentirli tutti e distaccartene. Dammi la mano.
- Non vedo mani qui. Sento solo un gran rumore nella testa e il cuore in petto che batte di paura.
- Ahahahahahah! che carina! Ha paura Lei. Non si può parlare con te oggi. Vai a farti un paio di giri di danza va! Ne riparliamo.
Selene si era alzata incazzata nera quel giorno. Andò alla Caverna col fiatone. Aveva bisogno di ballare. Non sapeva bene perché. Era il suo corpo a spingerla. La sua mente era confusa e agitata. Ecco il tamburo, il flauto. C'era festa in giardino. Iniziò a danzare, sempre più veloce, girava e il vento si sprigionava dai suoi vortici. Le persone attorno a lei si moltiplicavano come in un gioco di specchi. Erano sempre di più. Erano gli avventori, gli abitanti, gli uomini, i pianeti. Giravano tutti in un caleidoscopio di colori e di forme. Sentì il cuore in petto grande come un universo intero. Pianse di gioia e lentamente sempre più piano, si fermò; salda al terreno. Come un fiume nel suo letto scorreva il respiro nel suo corpo. Prendendo fiato sorrise. Si addormentò. E lo sognò di nuovo. Non era mai uguale. Ma era lui. Le parlava come se si fosse sistemato dentro di lei. La voce parlava dentro la sua bocca semiaperta nel sonno. Un pizzicorino appena. Poi la sentiva sussurarle nell'orecchio:
Lo vedi bene che ce la fai. Basta attraversarlo. Lo senti bene che il dolore non è quello che ti attanagliava prima.
Felice, su quelle ultime sue note, Selene si lasciò andare al sonno profondo accovacciata nel frattempo sotto l'ombra dell' ulivo.
Dormi dormi piccolina canticchiava tra sé e sé. Gli piaceva ogni tanto fare il buon padre. Rise. Il giorno dopo le avrebbe dato il Bu! Buongiorno nel palmeto. Non gli avrebbe resistito. Non all'inizio. Ci sarebbe caduta come una polla. Si sciolse i capelli e si levò la maglia.


venerdì 4 marzo 2011

S' CIOCA



S'cioca el mar sui scoi

S'cioca la bira là de voi

S'cioca el cuor co’ riva l’amor.


S'cioca el leto co’ semo su noi

S'cioca la testa se te pensi col poi

S'cioca el dolor se xe anche l’amor.


Se la testa col poi pensa

No xe amor ma indolensa


S'cioca la bora

Pasando tra i scuri.

S'cioca la rabia,

Pasando tra i duri.

S'cioca la vita

Che xe una storia infinita


TABU' IMPAZIENTE



A IPAZIA

A


Pia Ipazia, paziente anima
meta pe' menti attente
nei tempi mezzati e mazzati
mette mente ampia in temi pieni
E' pane pe' Me, pe' Te, pe' Ei
Ampiezza mena,
teme niente ma,
Anatema!
Mette piè nei Enti:
Empie menti amanti niente:
Anatema!
A pezzi!
Attenta Ipazia!
A pezzi!A pezzi! Pezzi.
Pezzi.
Zeta




Empie menti;
Mentine nazi mai pentite nei
tempi.
Nei tempi, nei tempi,
Nei ampi tempi.
Pazza Età:
Pizza, P.M e Nizza.
Mentine empie, pe' Patemi,
Metten Anatemi e ammazzan etnie -
Menti pazze amanti niente
Ai pié né meta né mezzi né temi
ma Pizza P.M, Nizza e Patemi!

Z


martedì 18 gennaio 2011

La Taverna

XII casa, Venere in Toro, Luna e Saturno in Gemelli
Rosa rossa tra i denti e sguardo penetrante, Karmen si muoveva con eleganza sinuosa e scontrosa tra i tavoli della caverna, pardon, della taverna. Non aveva voglia di parlare. I suoi piedi toccavano appena terra, scivolava sul pavimento come portata da un vento che la sosteneva in ogni sua curva. Gli occhi scuri come onici si perdevano inquieti oltre le pareti di pietra e tu venivi risucchiato da un buio assoluto, da una pace lontana, dal vuoto profondo che si sprigionava in questi pozzi incorniciati da folte sopracciglia nere. Sembrava che neanche la luce vi entrasse, che fossero ciechi. Erano uno specchio assoluto, potevano riflettere quel che volevi. I petali rossi si stagliavano sui folti capelli neri, una spina le creava una fossetta sulla guancia appena sopra l'angolo sinistro della bocca, carnosa e impalpabile allo stesso tempo.
La spina spingeva e la faceva rabbrividire di un piacere composito. Un richiamo puntuale, circoscritto e preciso si irradiava poi sui nervi facciali elettrizzandole il cervello, la nuca, il basso ventre. Il respiro rarefatto e profondo le faceva sobbalzare il cuore in petto. Si fermò nella veranda appena sola, non poteva far nulla. Tremò. La rosa cadde a terra e lei, in ginocchio, le mani appese al tavolo e la testa bassa, pregò.
Il tempo eterno interrotto dal rumore dei vetri della porta che si apriva mentre Lui: Ha bisogno? la aprì in una risata cristallina. Si grazie. Si lasciò prendere per le spalle e due braccia robuste la rialzarono in piedi. Mi permette questo ballo? Chiuse gli occhi e sprofondò nel vortice della musica dal vivo che si diffondeva dall'interno del locale.
La Caverna era un locale molto frequentato. Tra gli avventori fissi c'erano musicisti, pittori, artiste ma anche marinai e prostitute, famiglie di basso rango e veggenti, truffatori e filosofi bohemiens.
Quella sera, come tutte le sere, la voce di Selene s'innalzò cristallina e soave. Il suo viso candido conservava la freschezza di una bambina, la sua voce era profonda ma poteva essere terribilmente ironica ed irriverente. Lavorava a tempo parziale come custode di una casa abbandonata in cima ad una scogliera e le sere puntuale si presentava alla Caverna. Nessuno si era mai accorto che fosse zoppa. Il suo corpo era leggero, filiforme ricordava un ideogramma, ma non era gracile, una canna di bambù al vento, si piegava senza spezzarsi. E nelle sue canzone v'era sempre l'eco di luoghi lontani, di spazi immensi, un richiamo dagli inferi all'adorazione della vita, al riso liberatorio e al pianto purificatore. Le piaceva bere ma non esagerava, non poteva tollerare di non reggersi sulle sue gambe o di trovarsi avvinghiata la mattina a esseri di cui non ricordava bene i visi. Adorava le serate di Jam Session, quando ad accompagnarla c'era al piano il vecchio Jim.
Jim era un vecchio marinaio d'altri tempi dagli occhi vivaci, intelligenti, sempre in movimento in un viso forte scavato da solchi profondi. Navigatore impavido degli spazi celesti nei due elementi su cui non si possono poggiare i piedi anche se in una vita di viaggi Jim aveva imparato a trovare solidità e stabilità là dove non c'era niente di comunemente neanche vicino a questi aggettivi. Certo, non era stato facile ma lui alla fine si era divertito come un equilibrista da bambino di fronte alle prime sfide, spavaldo di fronte ai primi sguardi di preoccupazione.Andava fiero delle sue cicatrici e alla Caverna si trovava bene: belle donne non invasive, un pubblico variegato per le sue storie, ragazzini da educare, non era solo la musica a trattenerlo lì, era il clima generale. Si sentiva come una ciliegina sulla torta, il Nonno forse un po' orso ma che tutto vede e tutto risolve.Quando ne aveva voglia si metteva al piano e delle volte cantava, solo o in duo con Selene; le vibrazioni della sua voce bassa e roca ti portavano in viaggio mentre stavi comodamente seduto a berti una birra e quando il viaggio finiva, ti ritrovavi sempre tu sempre lì, solo un po' più saggio.

La Spiaggia




XI casa, Mercurio in Ariete e Sole in Toro
La sabbia bianca, impalpabile, calda faceva da culla al mio corpo totalmente abbandonato a quel piacere immobile. Il sole riscaldava ancora l'atmosfera, l'aria non era rarefatta né pregna di umidità.
Non c'era vento ma si sentivano circolare correnti impercettibili che mi facevano respirare bene e senza sudare. Ero distesa, la mia pelle a pieno contatto con quei minuscoli granelli che sfuggivano tra le dita. Le onde s' infrangevano tranquille con ritmo lento e gorgoglii gioiosi mentre cercavo di vedermi come una tartaruga gigante e lasciavo vagare lo sguardo ora sul confine tra terra e acqua segnato dalla spuma delle onde, ora sulla lontana linea sopra la quale iniziava il cielo.
Il cielo è proprio infinito, pensavo, è lo stesso, proprio lo stesso laggiù e quassù, sopra me ora supina, pancia all'aria che roteo gli occhi. E' senza confini il cielo sopra la terra, non è come quaggiù dove è tutto segmentato da orrendi confini squadrati e cementificati che dividono la stessa terra, la stessa gente, la stessa lingua. In cielo non hanno potuto costruire queste brutture. Certo le hanno immaginate, misurate, calcolate, ma non sono riusciti a dividerlo, non materialmente.
Che buono il sale sulle labbra, lo sento irradiarsi in tutti i miei nervi. L'oro bianco lo chiamavano.
Com'è bella questa spiaggia. Mi piacciono i bambini che giocano in lontananza, la vastità che l'avvicina al cielo, almeno quello da me visibile, e che ti dà la possibilità di avere un po' di privacy sia al sole che all'ombra del palmeto.
Che donna particolare, pensava Ermes, guardando la sagoma accovacciata sulla sabbia. Piegata così sembra una tartaruga. Coma fa a muoversi così poco? Certo gli amici erano tutti lì intorno, ma il mondo è così vasto, vario e vicino specialmente in questi tempi tecnologici. Certo che se non ci fosse lei ad abitare questa lingua di terra, non sarebbe la stessa cosa, non si poteva negarlo. Aveva gusto e tutte modifiche che aveva apportato erano confortevoli: la casa sul limitare del palmeto, le amache, i capanni, le pietre per i fuochi attorno a cui passare le serate. Certo erano tutte idee sue ma lei le aveva realizzate e con gran gusto, certo, meno della metà di quelle che avrebbe fatto lui ma quel che c'era era venuto bene e a ben guardare, forse, aveva scelto di concretizzare proprio le idee giuste. La qualità più che la quantità. A Ermes questo piaceva, anche se non riusciva a smettere di incalzarla. Del resto condividevano la stessa lingua di terra.

martedì 11 gennaio 2011

Nel bel mezzo del suo regno



X casa in Pesci sente l'ombra di Marte al MC


Rideva l'architetto, rideva a crepapelle: Era una casa molto carina senza soffitto, senza cucina, non si poteva andarci dentro perché non c'era il pavimento. Non lo si poteva vedere, ma qua e là arrivavano gli echi delle sue risate. Era riuscito a costruirla! una casa che non c'era. L'idea gli era venuta usando l'inchiostro simpatico del quale non potevi provare l'esistenza con gli occhi soltanto. Un buco nero. Potevi sentirne solo l'attrazione e se eri lontano, solo un pizzicorino a fior di pelle forse, un istante di tempo che non riuscivi a collocare, qualcosa che non era mai la stessa cosa. E c'era sempre da ridere. Ma dal ridere si era quasi annegato quando con passo risoluto era entrato quel giovane bellicoso digrignando tra i denti un sonoro: Sono arrivato! vieni fuori se ne hai il coraggio! con la spada nel mentre aveva sollevato il telo nero e che faccia, che espressione assurda gli si era stampata in volto quando si era specchiato, l'attimo prima di perdere l'equilibrio e precipitare nel baratro tappezzato di specchi. Si soffocava quasi dalle risate. Non era riuscito a smettere di ridere neanche quando il giovane, Mario il suo nome, era risalito in superficie e si era seduto a guardarlo a gambe incrociate galleggiante nel vuoto. La fatica della risalita l'aveva premiato, si era visto in ogni sfaccettatura e ora guardava quel vecchio irriverente con mitezza, sorridendo. Era deciso a farselo amico e maestro.

sabato 18 dicembre 2010

Racconti in volo


IX casa in aquario, abitata da Giove, Marte in uscita
Immaginate se il Principe Siddharta, una volta
scoperta l'illusione del palazzo, la prigione dorata in cui era rinchiuso per proteggerlo dal male del mondo, presa la decisione di lasciare i suoi beni e mettersi in viaggio, avesse trovato al posto della foresta, della fame e della povertà, la Via della Seta.
La Via della Seta con tutta la sua magnificenza organizzativa: una strada spianata, lunga, vasta ma piena di caravanserragli dove trovare ristoro.
Fu proprio questo che accadde al Re degli Dei. Zeus. Occhiata la situazione sotto ai suoi piedi, istigato dalle voci ataviche dall'alto dei cieli superiori, posò la corona, mise da parte le sue saette e decise di partire alla ricerca della verità, di mondi diversi e genti nuove, arcistufo delle beghe tra Olimpo e uomini lì sotto.
Di chi era il Signore Lui? Era veramente un Re? Ma per piacere! Basta ciarpame.
Come S. Francesco da lontana dimensione gli suggerì, si denudò: era decisamente bello, possente, sguardo fiero; gli sarebbe bastato uno straccetto addosso per trasformarsi nel pellegrino, pronto a testare le difficoltà della via, della vita. Non dovette nutrirsi di bacche né rischiare l'assideramento per poi capire che anche quello era illusorio. No. Le voci ataviche l'avevano istigato: una bella strada spianata. Terra battuta. E' una strada perfetta, dove puoi ritrovarti anche perdendotici.
Saltò.
Il primo passo, il piede nudo sulla terra umida fu già un viaggio. Sentì le vibrazioni della crosta terrestre, i movimenti del centro magmatico mentre il suo corpo possente si dissolveva, o meglio come avrebbe scoperto poi, si ampliava ad ogni respiro sino a comprendere il cosmo intero.
L'aria lo gonfiava sino a portarlo dove aria non c'era più.
Il freddo del tempo immemore passato in questa forma espansa lo ricompattò dov'era. E iniziò veramente a camminare. Riuscì senza sforzo a godere di quel cammino meno espanso, più caldo e compattato in carezze intramuscolari, ritmato da incontri casuali e necessità terrestri, come l'acqua, l'ombra, il riposo.

I caravanserragli disseminati a breve distanza non erano tutti uguali. Non v'era certezza che lì si sarebbe trovato ristoro ma chi osava chiedere, ne usciva sempre vittorioso. Ognuno era stato costruito e poi gestito da genti molto diverse. La cosa che li accomunava è che erano aperti a tutti, a tutti quelli che ne avessero bisogno purché rispettassero il luogo e gli altri; si poteva dormire e mangiare ma non bivaccare a lungo e solo se in cambio si offriva denaro, servizio, un dono.
Zeus trovava geniale questo sistema, e si perse volentieri con chiunque vedesse indeciso e spaurito fermo davanti a quei caravanserragli che sembravano più ostici, perché meno visibili, scavati piuttosto che malconci, scuri, fortificati da mura chiuse; lui si sentiva a casa, non più solo. Godeva nel percorrere questo cerchio, la via della seta ti riportava prima o poi al punto da dov'eri partito; ma quel punto non era mai uguale a se stesso, lo riconoscevi solo se ci prestavi molta attenzione. Se ritrovavi il brivido del primo passo.
Non fu questo che accadde ad un altro nobile animo sulla Via, l'irruento cavaliere, bello, nobile d'animo e schizzato come un giovane che ancora non sa calibrare bene la sua forza e i suoi movimenti. Egli galoppava innervosito cercando di uscire da quel nastro senza fine, dove lui non trovava tra i pellegrini i giusti avversari né fragili donzelle sperdute da salvare né tanto meno il brivido del nuovo inizio. Ma ogni volta che toccava il limite della via, lo coglieva, inesorabile, un senso di sconfitta; così ritornava sui suoi passi, scendeva e procedeva a piedi.
Dopo tante sconfitte, una sera mentre guardava il sole tramontare, decise di donare il cavallo al caravanserraglio dove quella notte si sarebbe fermato a riposare. Prima di coricarsi, mentre beveva al pozzo, si vide riflesso e incerto. Fu come una scarica elettrica. Per la prima volta si sentì veramente forte. Il suo più temibile avversario non poteva essere che se stesso, inafferrabile nel movimento dell'acqua. Si asciugò la bocca con la manica. Quell'acqua gli ribollì nello stomaco. Il mattino dopo l'avrebbe ritrovata, l'avrebbe cercata negli occhi di quelli con cui avrebbe iniziato nuovamente a camminare.

martedì 14 dicembre 2010

Matilde e la terra



VIII casa in Capricorno con fettina di Aquario


Gruglia gruglia suda intruglia, canticchiava mentre vuotava il secondo secchiello d'acqua nel pentolone della polenta che aveva sottratto in cucina, senza curarsi di chiedere il permesso alla nonna. Prese il ramo e ricominciò a mescolare quella che adesso era una brodaglia di fango.
Gruglia gruglia suda intruglia, ci mancava decisamente qualcosa, si lasciò il pentolone alle spalle e cominciò a cercare tra i cespugli e sotto gli alberi, ulteriori ingredienti da aggiungere alla sua pozione magica.
Rosmarino, petali di rosa, una lumaca con la sua chiocciola, una piuma di qualche uccello, delle bacche azzurre. Si, tornò al pentolone, li gettò nella broda e riprese a mescolare. Ma il tutto restava ancora troppo color grigio fango. Non si perse d'animo e tornò in spedizione. Il giardino era grande.
Voleva che la sua minestra fosse colorata come quella che la nonna le serviva in piatto.
Continuò il suo viavai immemore del tempo che passava, ma per quanti ingredienti aggiungesse, il fango restava color fango: inghiottiva tutto. I petali di rosa e le piume si rattrappivano, la chiocciola si confondeva, le bacche erano divenute grigie.
Decise di vuotare parte della broda nel secchiello più piccolo... forse con meno fango e aggiungendo quelle bacche arancioni... No, niente da fare. Sbuffò. Si sedette sull'erba guardando un po' delusa. Forse passò una manciata di secondi che era già in piedi a raccogliere altra terra per rendere l'impasto nuovamente più denso. Quando le sembrò ben fatto, prese il secchiello e lo rovesciò; batté forte sul fondo indi lo sfilò dal suo contenuto che rimase a terra con una vaga forma di torre. Non era esattamente un castello di sabbia; un po' informe perdeva pezzi qua e là; ma decise che si poteva ancora fare. Affondò le mani già completamente impiastricciate e si mise a stringere e a compattare la massa. Ecco quel che poteva venirne fuori: un pupazzo di minestra delle fate.
Schiacciando sul bordò ricavò una testa tondeggiante, due bacche arancioni per occhi e un petalo come bocca appena appena appoggiato. Già si vedeva correre con lui in giardino alla ricerca di nascondigli segreti sotto le radici, dove le fate dei fiori, i gnomi e le farfalle davano le loro feste danzanti. Lo completò mettendogli due funghi come braccia Peccato la chiocciola fosse sparita.. avrebbe potuto essere un bellissimo naso. Mentre era persa nelle sue fantasie passò un signore alto e spigoloso dal viso arcigno con occhiali severi. Lo conosceva, la nonna lo chiamava il politico.
“Ciao Matilde” “ciao.. rispose poco convinta, non le piaceva che arrivasse sempre senza che lei lo notasse prima. “Lo sai che questi sono buoni da mangiare? disse il politico indicando i funghi
No gridò Matilde... inorridita dal pensiero cannibalesco dello spilungone . Ma lui aveva già mozzato un braccio del suo compagno di giochi dicendo “Si guarda... Crunch. ....

lunedì 13 dicembre 2010

Il Sole Nero



VII casa incipit in Sagittario si estende in Capricorno


Devo sapere. Devo vederlo con i miei occhi. L'imperativo era martellante. Di una tale forza di risucchio non avevo mai sentito parlare fino ad ora. Possibile che esista davvero? E dove mai potrebbe portare? Dal Dio degli Dei? in che genere di Inferno? E se portasse di nuovo Qui?

Dov'è la mia tuta? il casco... E' da un po' che non volo ma dovrebbe essere rimasto tutto al suo posto. Mentre così pensavo, frugavo in cassetti e armadi, mi spostavo nella stanza in preda ad un'eccitazione glaciale, il mio corpo, la mia mente, ogni battito del mio cuore, tutto era teso a partire il prima possibile. I miei gesti erano un po' sconnessi, febbrili ma misurati, densi....i pensieri potevano fluire senza bloccarli: Forse dovrei avvisare mia moglie, forse dovrei chiedere prima il permesso alla base.

Non ricordo bene come avvenne, ma nel giro di tre giorni ero pronto. Seduto nella navicella. Solo. Tutti i permessi in ordine, festa di saluto data. Era strano volare di nuovo dopo tutti quegli anni passati a lavorare sulla terra ferma in mezzo a quella confusione dove venivi abbagliato da mille luci e non riuscivi a scoprire che poche sorgenti.

Quando superate le nuvole uscii dall'atmosfera, mi scesero due lacrime di commozione.

Lo Spazio vuoto, nero, immenso così' ricco di possibilità inimmaginabili. Una sorpresa continua nel vuoto più incredibile.

La prima tappa era Saturno. La colonia umana lì era ben organizzata, ma soprattutto distava meno di una anno luce dal Nodo. E io il Nodo dovevo vederlo, con i miei occhi.

Si ipotizzava fosse un buco nero particolarmente potente, ma gli studi a riguardo erano monchi e i dati non combaciavano.

Non vorrei dilungarmi troppo ma penso sia importante farvi sapere almeno i punti salienti del mio viaggio. Voglio chiarire dove ho dovuto affrontare le difficoltà più grandi come l'abnorme quantità di dati e la totale mancanza di un'unica chiave di lettura. Dopo aver esperito l'attrazione annientatrice di quel che chiamo, il mio Sole Nero, mi sono ritrovato costretto a firmare un contratto dalle clausole molto restrittive riguardo alla comunicazione della mia esperienza.

Non sono stata la sola ad esperire il Nodo. Ma la sola che ha rischiato di non tornare.

Un vortice immobile




VI casa in Scorpione, Nettuno in sagittario

Un grande pozzo, profondo dalla circonferenza importante si apriva nelle viscere della terra e si sviluppava in altezza anche sopra la superficie terrestre nella forma di una torre in vetro, un grattacielo circolare con un ascensore al centro.

Ogni piano era composto da una grande stanza circolare. Era un luogo da vertigine.

Le stanze che si sviluppavano sotto la superficie, il basamento dell'edificio, il pozzo, erano chiaramente buie, umide, claustrofobiche ma nello stesso tempo per qualcuno potevano fungere da ventre materno: attraverso lo spesso vetro si indovinava il colore della terra. Quella appena sotto la superficie era addobbata invece da tendaggi color rosso cupo. Lì sembrava di sentire il movimento del magma, il ribollire della lava.

Le stanze nella torre invece erano inondate da una luminosità accecante.

Non si capiva a cosa potesse servire una costruzione del genere. Si erano alternati due architetti. Ai piano alti era stato fatto un tentativo di suddividere lo spazio in spicchi per poter appoggiare almeno qualche mobile a delle pareti dritte, e non doverli prendere tutti su misura.

Si godeva di un'ottima vista era dir poco. Da quelle vetrate sembrava tutto bello, ci si poteva perdere una vita intera semplicemente a guardare il cielo, la città,

le colline lontane, le attività degli uomini là fuori. Non faceva voglia di uscire, ti prendeva piuttosto la smania di fotografare tutto e tutti. Era stuzzicante anche fotografare sé stessi tra le mille sfumature di luci che si rifrangevano specialmente la notte.

Certo si rischiava di diventare parte della struttura: il risucchio plumbeo del vetro.

Si poteva realmente captare l'intero mondo da lì ma che altro fare? Una casa di cura o una di perdizione? Certo per i gatti che vi abitavano era entrambe.

Lui passava troppo tempo nei piani alti.

Il primo piano con anello esterno che fungeva da poggiolo per stare all'aria aperta era molto più salutare. Il risucchio plumbeo del vetro si faceva sentire meno e ti veniva più energia per fare le cose di ogni giorno e per relazionarti con i piedi a terra.

Alto, biondo capello lungo e fluente. Una sorta di vichingo dai lineamenti gentili e rarefatti. Non si potevano distinguere i capelli dai raggi del sole quando vi si stagliava contro. Non si riusciva a capire con certezza nemmeno se fosse uomo o donna. Vecchio o giovane.

Stava lì imprigionato da quella struttura che pur offriva veloci mezzi di spostamento per muoversi, sia verticalmente grazie all'ascensore, sia su una linea orizzontale, provvista per uscire ed entrare di comodi tapis roulant e silenziose porte scorrevoli.


martedì 30 novembre 2010

Appena sotto ai tuoi passi


Casa V in Bilancia contesa da Scorpione, Plutone in entrata, Urano in Bilancia.

Un labirinto sotterraneo. Una vera e propria città piena di strade che s'intersecano ma finiscono sempre per arrivare alle molteplici porte da cui entra luce. E tutte le aperture ad arco danno sul baratro. Si aprono nel baratro; sulle sue pareti rocciose, scoscese.
E' una gola molto larga ma non molto profonda. La luce arriva sino al fondo sabbioso dove qua e là spuntano delle piante verdi. Sul fondo c'è un pozzo attrezzato e la porta d'accesso principale.
A sentir parlare Mr P, inquilino per scelta e attitudine, il luogo era il palazzo reale degli antichi plutoniani. Ogni venatura nella roccia brillava della loro essenza. Ma si sa, Mr P non era sempre così presente. Spesso preferiva scapparsene dalla porta superiore, un pertugio che si apriva all'inizio del bosco soprastante.
A sentir parlare la gente del villaggio vicino era un luogo fatato dove mani gentili ogni mattina per anni avevano portato acqua e cibo per gli uccellini, terra per far crescere fiori profumatissimi che continuano ad attirare api, farfalle e scarabei.
Sembra si trattasse in realtà della splendida architetto, la donna libellula di cui parlavano le fiabe del luogo. Quest'essere premuroso non si arrese mai davanti alla complessità del posto e nonostante le erbacce continuassero a far capolino e sempre nuove gallerie venissero scavate da talpe e formiche durante la notte, ogni mattina all'alba arrivava, solidificava, strappava, curava, dirottava e nutriva. Morì lì, in una di quelle stanze che si aprivano in ogni galleria. Sulla terra soprastante, da allora, la natura rigogliosa diede il meglio di sè.
Oggi quando si arriva in questa radura sul finire del bosco si viene magicamente attratti da un basso vibrato che esprime gli armonici in ogni sua nota. E' la musica a farti avanzare, a farti scoprire il baratro con le sue gallerie e aperture.. poco innanzi.
Mr P occupava le stanze sul fondo.. quelle più buie
Urich invece occupava i piani più alti, appena sotto i tuoi passi....
[continua...]

Geometrie e terremoti


Casa IV  in Vergine, Plutone in Bilancia sulla cuspide d'uscita.

Ermete disse Sì, senza pensarci su. L'aver ottenuto quell'appalto lo esaltava più di quanto non si vedesse. Quale onore, quale magnifico e nobile lavoro lo attendeva: progettare una casa di famiglia.
Certo era un lavoro di responsabilità, per un attimo tentennò. Ne sarebbe stato all'altezza?
Quella notte la sua mente tracciò linee sulle pareti del sogno: pareti, porte, scale. Il mattino mentre beveva il caffè scribacchiò velocemente sul suo taccuino le idee e le immagini che erano venute a trovarlo poco innanzi mentre gongolante era ancora disteso nel letto. Si recò in ufficio, poggiò il taccuino sulla scrivania e venne sommerso dal solito brusio di telefoni, segretarie, richieste, appuntamenti. Dott. Ermete, Le dispiacerebbe rivedere il progetto della piscina per disabili? ma certo che no. E' richiesta la sua presenza ai lavori sul lago. Si certo.
Un'ombra lo rabbuiò. Non avrebbe dovuto accettare quel nuovo appalto. Non ce l' avrebbe mai fatta. Signorina, telefoni la prego e rimetta in gioco il dottor Virgilio per la casa di famiglia. Ah signorina.. Mi faccia il favore di prendere un appuntamento con lui, voglio consegnargli il taccuino riposto nella scrivania, con i miei appunti a riguardo. Grazie.
Si sedette, finalmente solo; chiuse gli occhi. L'entusiasmo era scemato vertiginosamente. Prese le cartelle dei vari progetti in fieri accatastati per terra a fianco della scrivania, guardò le scadenze. Non poteva lasciarsi andare. Si mise al lavoro. Una cosa per volta... forse ce l'avrebbe fatta.
Il giorno dopo mentre stava meticolosamente preparando un plastico, apprese che il dottor Virgilio non poteva assumersi quel compito, rinunciava all'appuntamento e all'appalto e che se ne avesse avuto bisogno il collega sarebbe stato disponibile solo tra qualche mese.
Posso farlo e lo farò. Nell'urgenza si riesce sempre a creare al meglio!
Qualche tempo dopo...
Ermete camminava rumorosamente sul pavimento in marmo lucido del salone al primo piano. Le piastrelle erano state poste in modo talmente preciso che al primo colpo d'occhio pareva trattarsi di un'unica grande lastra. Le scanalature erano assenti. Certo non era tanto luminosa ma le grandi finestre aiutavano. La scala a chiocciola con passamano in ferro battuto, stile liberty era stato l'unico suggerimento di Virgilio. La scala portava alla taverna con accesso al giardino. C'erano tante stanze e un bagno enorme. L'effetto finale era un po' freddino ma lui sembrava non accorgersene, stava già pensando al nuovo lavoro in città.
C'era riuscito. Anche la casa di famiglia era stata ultimata. Alle rifiniture ci avrebbe pensato il proprietario che sarebbe andato ad abitarla. Non era riuscito a scoprire chi sarebbe stato.
Mr P amava i grandi spazi ma odiava le grandi finestre. Non raccontò mai a nessuno di quella casa. Era stata la prima; ci si era piazzato per un po', aveva fatto mettere delle tende alle finestre e ci aveva fatto dei festini top secret. Ben presto però decise di spostarsi. Non riusciva a sentirsi a proprio agio e continuava a sognare qualcosa di più composito, un' ambiente più confortevole e curato. Un pavimento meno scivoloso, una privacy maggiore, una maggior libertà di movimento: lì si sentiva come un elefante in un negozio di cristalli.. troppe stanzette, soffitti bassi, materiali troppo lucidi e delicati. Troppe linee troppo precise, voleva una torre rotonda grande non quella scaletta a chiocciola striminzita che ti faceva fare sempre lo stesso giro.
Un giorno semplicemente quelle linee lo fecero innervosire più del dovuto. Uscì chiudendosi la porta alle spalle.
Dietro lui rimase la tanto amata opera di Ermete appena un po' incrinata nella struttura.


martedì 23 novembre 2010

Una tentazione irresistibile

Casa III in Leone, vuota.
Un vasto parco dei divertimenti con gazebo aperti e chiusi in stile liberty si estendeva su di un prato con alberi, laghetto e castelletto.
Sotto i gazebo suonavano a rotazione orchestre, gruppi rock, solisti virtuosi e si esibivano i vari ospiti in performance di danza e spettacoli teatrali.
Gli scivoli sull'erba e sull'acqua erano la gioia dei bambini. Nel castelletto si potevano visitare sale dedicate a ogni genere di arte, un centro multimediale con internet point dove, si poteva scegliere tra cabine con telefoni a tasti o a ghiera, entrambe dotate di comode poltrone e mensola per bibite. Settimanali, quotidiani ed una vasta scelta di libri erano consultabili nella sala retrò con libreria e scrittoi vecchio stile per chi preferisse la scrittura cartacea da spedire tramite i piccioni viaggiatori chiusi nella voliera di fronte all'entrata.
Data la vastità del parco era stato previsto un trenino elettrico che collegava i vari luoghi e degli schermi su cui venivano proiettati i programmi degli eventi.
Una voce profonda si diffondeva ricordando quanto stava per accadere e dove.
Era facile arrivarci, facile perderci la cognizione del tempo. Il proprietario, anche se lontano provvedeva a tutto con gran lungimiranza e magnificenza.
Era più forte di lui, prendersi cura di quel parco lo faceva sentire un re.
Una tentazione irresistibile.

domenica 21 novembre 2010

La scatola sperduta



Casa II, Cancro con spruzzatina di Leone, vuota.

Un bunker futuristico, un cubo di metallo, forse di qualche lega si ergeva isolato in una piana appena collinosa. La sua forma squadrata spiccava tra tutte quelle dolci curve anche se era stato costruito nella parte concava del paesaggio.
Scendendo e girandoci intorno si notava un' unica porta aperta tra pareti che da vicino non erano omogenee come potevano sembrare dall'alto: erano coperte di muschi e licheni.
Non era in uno stato di abbandono, forse appena un po' trascurato. Una scala a pioli esterna in metallo portava sino al tetto sul quale avrebbe potuto atterrare un elicottero.
Per entrare si doveva passare attraverso una solida porta a vetri che anche se era spesso aperta non veniva oltrepassata dai più grazie all'aspetto poco invitante dell'edificio.
Aveva qualcosa che ricordava anche i magazzini delle vecchie miniere forse perché, appena mimetizzate dalla terra, si intravvedevano ancora delle rotaie; seguendole con lo sguardo non era difficile immaginare un viavai di carrelli metallici cigolanti.
All'interno, il vuoto del piano terra lasciava spazio ad un primo livello straordinariamente ricco di oggetti insospettabili per un posto del genere: ordinatamente appesi in lunghe file si vedevano vestiti di ogni foggia illuminati dalla luce naturale che filtrava attraverso degli oblò.
Al secondo piano ci si ritrovava in un vero e proprio salotto completo di ogni comfort, dalle poltrone ai tavoli, dai quadri alla televisione; non mancava né il telefono, né il computer e da lì si aveva accesso al resto dell'appartamento, funzionale ma avvolto in assurde tappezzerie e vaporosi tendaggi color pesca. La cucina era ricca di ninnoli e cimeli sparsi per i vari ripiani.
Non era abitato, solo abitabile. Era stato costruito in modo lunatico da qualcuno che si era perso in corso d'opera nei suoi pensieri, nei suoi ricordi, o che forse solo per pigrizia non era riuscito a concludere il progetto iniziale. Chi era ? un uomo? una donna abbandonata piuttosto che una donna in fuga? un figlio ribelle? Quel che è certo è che ogni tanto questo qualcuno in qualche modo continuava ad apportare dei piccoli e casuali cambiamenti, oggetti, colori, stoffe, fotografie, lettere.. e lo faceva con discrezione, probabilmente la notte. La luce del sole non vedeva la sua ombra.

martedì 16 novembre 2010

Ermes e Selene



Casa I in Gemelli si espande in Cancro, vuota.



Stava lì.
Arroccata in cima alla scogliera.
Sembrava dominare imponente l'intera vallata, la spiaggia, il mare. Vi si saliva attraverso un sentiero tortuoso, completamente bruciato dal sole nell'ultima parte.
Ma una volta arrivati in cima c'era lì ad accoglierti un prato ben curato, in piano, ombreggiato qua e là da tigli, sambuchi e una magnolia. La facciata era curiosamente moderna, tra le pietre di un antico castello e le vetrate da astronave. Si poteva sentire l'odore e il rumore del mare sottostante.
Suonammo. Aprì una signora dai lineamenti gentili e dagli occhi grandi. Era la custode. Non viveva lì ma ci passava più volte alla settimana.
Si, poteva farcelo vedere. Gli ambienti erano spaziosi, quelli opposti all'ingresso che davano sul mare erano da mozzafiato. Pareti di vetrate appena mascherate da tende bianche cangianti. Comode poltrone e tavolino essenziale sul pavimento d'acero. Prese per la corrente abbondanti e una libreria a soffitto con scala scorrevole in legno.
Ci raccontò che il proprietario era un giovane architetto che l'aveva progettata da sé ma quando era arrivato il momento di rifinirla, aveva rinunciato ad abitarla. Troppo solitaria la posizione. Aveva preferito un appartamento nella più movimentata città.
Chissà che intendeva con “rifinirla”, c'era persino una postazione PC con stampante. La seguimmo nella stanza da letto: un'atmosfera soffice, soffusa ti avvolgeva immediatamente. Sulla parete una foto antica di una bellissima donna .. assomigliava vagamente alla custode.
La cucina era fredda e funzionale lungo il perimetro della stanza ma al centro troneggiava un tavolo in legno massiccio molto rustico. Il tutto dava il capogiro. Ti lasciava spiazzato. Aveva sicuramente una logica ferrea per quanto riguarda la funzionalità, ma la diversità degli stili ti sconcertava.
Non era in vendita. Il proprietario si riservava il diritto di tornare a sua discrezione.
La custode amava trattenersi lì ogni tanto .. così a guardare il mare facendosi cullare dalle onde che si infrangevano sulla scogliera... dimentica di tutto.. persa tra le onde nella brezza.