martedì 18 gennaio 2011

La Taverna

XII casa, Venere in Toro, Luna e Saturno in Gemelli
Rosa rossa tra i denti e sguardo penetrante, Karmen si muoveva con eleganza sinuosa e scontrosa tra i tavoli della caverna, pardon, della taverna. Non aveva voglia di parlare. I suoi piedi toccavano appena terra, scivolava sul pavimento come portata da un vento che la sosteneva in ogni sua curva. Gli occhi scuri come onici si perdevano inquieti oltre le pareti di pietra e tu venivi risucchiato da un buio assoluto, da una pace lontana, dal vuoto profondo che si sprigionava in questi pozzi incorniciati da folte sopracciglia nere. Sembrava che neanche la luce vi entrasse, che fossero ciechi. Erano uno specchio assoluto, potevano riflettere quel che volevi. I petali rossi si stagliavano sui folti capelli neri, una spina le creava una fossetta sulla guancia appena sopra l'angolo sinistro della bocca, carnosa e impalpabile allo stesso tempo.
La spina spingeva e la faceva rabbrividire di un piacere composito. Un richiamo puntuale, circoscritto e preciso si irradiava poi sui nervi facciali elettrizzandole il cervello, la nuca, il basso ventre. Il respiro rarefatto e profondo le faceva sobbalzare il cuore in petto. Si fermò nella veranda appena sola, non poteva far nulla. Tremò. La rosa cadde a terra e lei, in ginocchio, le mani appese al tavolo e la testa bassa, pregò.
Il tempo eterno interrotto dal rumore dei vetri della porta che si apriva mentre Lui: Ha bisogno? la aprì in una risata cristallina. Si grazie. Si lasciò prendere per le spalle e due braccia robuste la rialzarono in piedi. Mi permette questo ballo? Chiuse gli occhi e sprofondò nel vortice della musica dal vivo che si diffondeva dall'interno del locale.
La Caverna era un locale molto frequentato. Tra gli avventori fissi c'erano musicisti, pittori, artiste ma anche marinai e prostitute, famiglie di basso rango e veggenti, truffatori e filosofi bohemiens.
Quella sera, come tutte le sere, la voce di Selene s'innalzò cristallina e soave. Il suo viso candido conservava la freschezza di una bambina, la sua voce era profonda ma poteva essere terribilmente ironica ed irriverente. Lavorava a tempo parziale come custode di una casa abbandonata in cima ad una scogliera e le sere puntuale si presentava alla Caverna. Nessuno si era mai accorto che fosse zoppa. Il suo corpo era leggero, filiforme ricordava un ideogramma, ma non era gracile, una canna di bambù al vento, si piegava senza spezzarsi. E nelle sue canzone v'era sempre l'eco di luoghi lontani, di spazi immensi, un richiamo dagli inferi all'adorazione della vita, al riso liberatorio e al pianto purificatore. Le piaceva bere ma non esagerava, non poteva tollerare di non reggersi sulle sue gambe o di trovarsi avvinghiata la mattina a esseri di cui non ricordava bene i visi. Adorava le serate di Jam Session, quando ad accompagnarla c'era al piano il vecchio Jim.
Jim era un vecchio marinaio d'altri tempi dagli occhi vivaci, intelligenti, sempre in movimento in un viso forte scavato da solchi profondi. Navigatore impavido degli spazi celesti nei due elementi su cui non si possono poggiare i piedi anche se in una vita di viaggi Jim aveva imparato a trovare solidità e stabilità là dove non c'era niente di comunemente neanche vicino a questi aggettivi. Certo, non era stato facile ma lui alla fine si era divertito come un equilibrista da bambino di fronte alle prime sfide, spavaldo di fronte ai primi sguardi di preoccupazione.Andava fiero delle sue cicatrici e alla Caverna si trovava bene: belle donne non invasive, un pubblico variegato per le sue storie, ragazzini da educare, non era solo la musica a trattenerlo lì, era il clima generale. Si sentiva come una ciliegina sulla torta, il Nonno forse un po' orso ma che tutto vede e tutto risolve.Quando ne aveva voglia si metteva al piano e delle volte cantava, solo o in duo con Selene; le vibrazioni della sua voce bassa e roca ti portavano in viaggio mentre stavi comodamente seduto a berti una birra e quando il viaggio finiva, ti ritrovavi sempre tu sempre lì, solo un po' più saggio.

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