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mercoledì 30 marzo 2011

6. Dove Claire cade


da qui

Cara Gigliola,

ho comprato la divisa, l'ho indossata, e ho iniziato il lavoro. Non penso, pulisco, mi piego, vado negli angoli, sollevo i tappeti, gratto le piastrelle. Ci sono dei libri che spolvero, e non resisto, qualche volta li apro. So che non dovrei farlo, mi metto sul letto e leggo. Lui non c'è, torna tardi quando ormai ho finito. Non so bene neanche che lavoro faccia, ma mi paga sempre con regolarità. Se per caso rientra prima, si mette sul divano, mi osserva, non dice niente. E' cortese, distaccato. Alto e asciutto, una faccia comune, capelli di media lunghezza, riservato. Molti libri in giro per la casa. Veste sportivo, calzini corti, scarponi grigi. Forse la mia divisa lo mette a disagio, o anche no. Non penso. Preferisco non incontrarlo, se è accaduto è perchè mi sono attardata su qualche libro, e non mi sono accorta dell'ora. Vado via prima che arrivi. Quando parli di umiliazione, del piacere ad essere umiliata nella mia ipotetica intelligenza, mi immagino una scena da circo. Il grande numero dell'umiliazione senza rete, con brivido "cadrà o non cadrà?", e musica di violini che tremano. Pulire per me è un lavoro psicanalitico, un gorgo a dir il vero, perchè lo sporco non finisce mai, si inabissa nei posti più bui e dimenticati, ritorna senza tregua. L'umiliazione è un semplice avvio, dopo non sento niente, voglio soltanto andare sempre più in basso, portata da una forza a me estranea, fuori dal controllo. Sono certa che anche tu, quando fai i tuoi giri da Bernardini, al Corso,  l'aperitivo delle sette,  hai una leggera vertigine che ti porta sempre più in là di dove vorresti andare. Hai un talento, Gigliola, che forse non metti a frutto ancora. Adesso sono stanca. Vado a dormire.

martedì 29 marzo 2011

Il confine (seconda puntata)




Quando si fu addormentata il fotografo rientrò.
La osservò a lungo esile e nera sul divano bianco, coi piedi giù per non sporcare e le mani giunte sotto la guancia.
Il cioccolatino aveva fatto effetto più presto del previsto, c'era da lavorare ancora un po' sulle dosi...
Indossò dei guanti di lattice nero e la esaminò esternamente come un medico legale aiutandosi a momenti con una bacchetta da sushi anch'essa nera.
Cominciò dall'alto cercando tra i capelli. Poi nelle orecchie. Sollevò le palpebre e guardò dentro. Con la bacchetta scostò le labbra e perlustrò i denti e l'interno della bocca. Passò poi alle mani, le annusò, le assaggiò, controllò sotto le unghie. La stessa cosa fece con i piedi. Infine la spogliò delicatamente tastando la sua consistenza. Nulla sembrava cambiato da quando l'aveva fotografata poche ore prima.
Deluso la rivestì. Presto il cioccolatino avrebbe cessato il suo effetto.
Il primo esperimento non aveva fruttato alcun indizio. Nulla nella parte corporea di lei lasciava intendere cosa potesse aver visto nell'inquadratura della macchina fotografica quando l'aveva lasciata sola.
Eppure sicuramente qualcosa aveva visto.
Il confine andava spostato di un po'. C'era tutto il tempo.
La ragazza si mosse impercettibilmente, era ora di tornare di là.

sabato 26 marzo 2011

Storia del morbido e dell'ossuto




Sono bianco azzurro, più bianco comunque. Sto bene sulla neve e sulla brina, mentre il fango e il verde erba mi sono del tutto estranei. Non posso mettermi su queste superfici, è una questione semplice e geografica. La descrizione del luogo è importante se si vuol stare in pace, per questo la geografia è molto utile. Invece l' opinione comune ritiene sia meglio  modellare se stessi come un pezzo di burro per sopravvivere.
Io non mi adatto. Stare nell'erba è impossibile per me, non riesco a concepire il verde, colore della speranza, dicono, oh sì l'erba e le foglie, i teneri virgulti degli asparagi e del grano, l'odore dei prati, i pascoli.
A me piace stare in un angolo color sabbia senza sfumature né ombre né fili che si piegano alla brezza. Così era la terra prima che fosse ricoperta dal manto multicolore di piante. Preferisco il mondo delle rocce e dei sedimenti non perchè abbia una particolare affinità, ma semplicemente perchè esiste da molto tempo prima.
E' vero io sono morbido e pulso, ho zampe e appartengo alla categoria animale. Ma davanti alla silenziosa grandezza della pura mineralità resto abbagliato. Mi nutre. Mai assaggiato la sabbia sulla riva di un torrente ? Ha un gusto di roccia e acqua, di un mondo vuoto di cuori che pompano. Non verde non rosso, nessun dolore solo cristalli.
A differenza delle creature come me che si deteriorano e perdono se stesse in un soffio di tempo,  i minerali attraversano ere geologiche per piegarsi e cuocersi sotto la pressione di strati colossali di materia e arrivare alla metamorfosi. Per questo li ammiro.  Il mio destino è ridurmi a poltiglia in un nulla di tempo. Il mio osso invece resterà  calcio, magnesio, fosforo.  Sono assolutamente convinto, il minerale appartiene ad un ordine superiore, non sei d'accordo?
Già, non rispondi. E' naturale, un teschio è silenzioso, come il carbonato di calcio  di un picco dolomitico. Eppure quella tua espressione tutta denti potrebbe essere scambiata per un sorriso. O forse un ghigno per me. Vorrei farti notare, tuttavia, che qualcosa abbiamo in comune,  uno di qua  e uno di là,  sfondo sabbia.
Non offenderti, non intendevo dire che siamo pari. Uno morbido e caldo come me è lontanissimo dalla tua perfezione, icastica, finale. E tuttavia non sopporterei di essere rappresentato con un altro mammifero. Sono ridicolo dici?   Ad amare sassi e rocce e ossa quando dovrei annegare nella paura e nell'istinto mentre aspetto che qualcuno mi si avvicini per offrirmi  morte o copula.
Se la sento ? No. La punta è probabilmente di carbonio. Non punge. Non dà fastidio, anzi mi acquieta.
Due per me e due per te, conficcate con leggerezza di piuma. Ti fanno diverso, hai un che di metafisico.  Con queste punte che mi bucano non appaio più tanto morbido, come se la purezza della punta mi facesse diventare una materia arcaica, non verde né rossa.
Ecco, un assoluto hai ragione. Una freccia nel mio corpo pulsante, senza che esca il sangue mi ferma nel dubbio. Che si tratti di un prodigio non so, ma vedermi così trafitto senza morte o dolore, mi fa cristallino. Non credi anche tu?



martedì 1 marzo 2011

5. Del servire

il precedente


Cara Gigliola,
ho trovato. Una sera, anzi non una sera qualsiasi, ma l'ultima volta che sono uscita dallo studio della dottoressa Otile, mi sono fermata in un bar dove non ero mai stata prima. Un posto squallido, dove c'erano solo alcuni uomini che bevevano. Ho preso un calvados doppio e riempito pagine del mio quaderno, scaricando tutta quell'immondizia psichica che avevo respirato nelle ore passate dietro la scrivania. Ma forse stavolta c'era qualcosa di eccessivo di cui non sono riuscita a liberarmi. Quando mi sono alzata per andarmene, sono caduta a terra svenuta. Un tale mi ha soccorso, gentile. Mi ha riaccompagnato a casa. Per strada gli ho raccontato che ero senza lavoro. Mi ha chiesto il numero di cellulare perchè forse poteva aiutarmi. Ha chiamato dopo qualche giorno, e mi ha chiesto di occuparmi della sua casa.
Ho accettato. Mi piace pulire il caos altrui, fare ordine e chiarezza nelle cucine e nei bagni di altri. Tu dirai che non è degno di me, della mia lunga esperienza come segretaria di un' affermata psicanalista. Io credo invece che piegarsi su un pavimento e togliere lo sporco sia esattamente quello che faceva la dottoressa con i suoi pazienti. In più sento il bisogno di annullarmi, ad esempio in una divisa, con crestina bianca inamidata, grembiule candido, guanti di gomma, gonna nera. E di stare giù. Abbassarmi, cercare la parte sporca che soltanto nel servire posso trovare. Sono stanca, ho guardato per tanto tempo il cuore nero dell'umano in un elegante e raffinato studio come comparsa, addetta alle luci, sarta di scena. Sento di aver preso su di me una sorta di radiazione, che ha prodotto un danno. Non so ancora quale. Sto bene, non preoccuparti per me. Tua Claire

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venerdì 21 gennaio 2011

Storia più corta di un sms

Sono un sms fallito. Ho freddo, sono stanco, non ho dormito. Aspetto il magistrato. Un errore grave, l'articolo 4, tradimento del destinatario. Non so come, sono andato dalla signorina Pamela anzichè dalla signorina Silvia Carsetti.  Sono incappato in una geometria tra il punto X,  da dove sono partito alle undici e mezza di sera,  e le due signorine S e P. Una volta mi sono perso, ho scontato un mese nel deposito Z. Non è questo  il caso. Spero nelle attenuanti,  l'ora tarda e il sovraccarico notturno. Sono inquieto, non ho fatto nulla, ma sono preoccupato. Vorrei  una cosa breve. 
Quanto mi sento innocente ?  Non so dirlo. A volte mi piace deviare, un poco. Voltarmi, per guardare. Roba bionda, castana,  morbida, elegante, anche non bella. Comunque, dopo torno diritto, e arrivo dal destinatario forse due secondi dopo, o tre. Sono abbastanza affidabile. Mi stanca pensare. Mi dispiace.  

martedì 18 gennaio 2011

Storia corta di un sms



Aspettava nell'ufficio del magistrato, lo sguardo stanco e lento.
Era incappato nel peggiore dei reati che un sms potesse commettere. Un affare serio aver tradito  il destinatario di un messaggio.  Nella storia della giurisprudenza soltanto il giudice G. aveva tentato un' interpretazione più mite del tradimento, ma il clamore delle proteste lo aveva costretto a lasciare  l'incarico.
Non sapeva come fosse accaduto. Il messaggio destinato alla signorina Silvia C. lo aveva portato alla signorina Pamela L. Forse si era assopito, vista l'ora tarda, o pensieri cupi  l'avevano gravato.
Vane giustificazioni. Nessuno poteva dire di essere del tutto innocente. Sperava di difendersi, tuttavia. 
La porta si aprì ed entrò il magistrato, si sedette,  lo guardò  e chiese:
"In che percentuale si ritiene  innocente ? 50% 70% o 100%?"
"70%" rispose, ma si pentì di aver parlato. 
"Vada avanti, spieghi." disse il magistrato.
Rimase in silenzio. Qualcosa aveva fatto, ma non era niente.  Per strada, si girava. Come voltare le carte su un tavolo da gioco,  le silouette di spalle,  per vedere il davanti. Curiosità, nient'altro. Dopo tornava diritto, perdeva al massimo due o tre secondi. Per il resto, era affidabile. A parte quell'altra volta, d'estate,  ma non contava. Era vacanza,  qualche sguardo in più. Poi tornava diritto. Almeno nel breve periodo.
Era stanco. Si rannicchiò sulla sedia. Il magistrato uscì e richiuse la porta.

storia più corta

giovedì 13 gennaio 2011

Storia di una freccia



C'era un tempo in cui una freccia non sapeva decidere. Sbandava da un lato e dall'altro, come un motociclista lanciato a fare curve.
Non si sentiva una, aveva la sensazione di essere due, una parte lieve e una pesante, A e B, spirito e materia, che si alternavano come girava di qua o di là. Non era del tutto spiacevole sentirsi due, tante cose erano due, una torta a due strati ad esempio, o una conchiglia a due valve. Solo che nel suo caso, nessuno avrebbe potuto dire cosa fosse in un determinato momento. Neppure lei stessa poteva prevedere cosa mai sarebbe stata alla prossima curva, se puro soffio o pura sostanza. Immersa e protetta da una nuvola di probabilità dove A e B, spirito e carne, erano appoggiati ovunque, ma imprevedibili.
A dir il vero la parola “carne” non le piaceva, perchè suonava come qualcosa di chiuso e aggrovigliato che spandeva succo. Preferiva la parola “soma”, che dava una sensazione di espanso ma zitto. Era spirito e soma, a seconda.
Oscillare era facile, soprattutto negli spazi aperti e senza ostacoli, ad esempio un deserto o una superficie d'acqua, senza onde, dove era perfetto. Ogni giorno si ripresentava identico, con A e B intrecciati, nella pace incoraggiante delle probabilità.
Fino a quel martedì.
La cosa peggiore che potesse capitare era incappare in un osservatore, da qualche parte. Ne bastava uno , e la freccia sarebbe caduta in un unico stato, quello pesante ad esempio, senza ritorno. Succedeva così, non appena qualcuno si accorgeva dei voletti liberi e plurali di una cosa, zac, le infilava uno spillo nella schiena tipo farfalla, per mostrarla trionfante ai collezionisti di cose ferme. Pensare di dover essere solo una, senza l'eco dell'altra cosa, e perdere il paradiso delle giravolte qui e là, era amaro, buio.
Quel martedì un osservatore suonò alla porta dello studio di un artista, all'ultimo piano di un elegante edificio, nel pieno centro di una città che non aveva più confine. Entrò e vide negli acquarelli incorniciati, pronti, appoggiati a terra, una freccia.

 Diritta in un quadro. In più quadri, moltiplicata e adagiata sopra un divano con le zampe nell'acqua, oppure sospesa a mezz'aria, e questo nel migliore dei casi.
Gli altri erano da brivido. Conficcata nella carne. Di un esploratore, di un portiere d'albergo, di un coniglio e altri. Ma non colava fuori nulla di rosso, per fortuna. Negli acquarelli trapassare da parte a parte una figura era secco e silenzioso, un dolore in forma minerale, pulito.
La prima reazione era stata di sconforto. Finite di colpo le sue sbandate quotidiane di qua e di là, in caduta libera tra spirito e materia, nella nuvola probabile. Un rimpianto.
Poco a poco, si sentì meglio. C'era deserto nei quadri, e acqua liscia come piaceva a lei. E assenza di ostacoli. Niente colore rosso, ma trasparenti grigi e sabbia, con azzurri spenti. Tutto era smorzato, quieto, e questo la tranquillizzava. Sembrava quasi il posto ideale per una freccia con le sue esigenze.
Come seconda cosa realizzò di non essere caduta. Catturata, sì, ma senza spillo nella schiena. Perchè a tendere bene le orecchie era chiaro che nei quadri oscillava più di prima. Non allo stesso modo. Si sentiva più sottile, come l'avessero cotta e consumata in una fornace fino a restare scura e volatile. Esultò. Risuonava sulla carta come un diapason.
Le piaceva stare nei quadri appoggiati a terra, all'ultimo piano di un edificio elegante, nel pieno centro di una città dal confine disusato.
Forse era questo il suo destino di freccia. Nello studio, una nuvola di immagini appoggiate, sospese a mezz'aria, alle pareti, sulle sedie, tra le bottiglie vuote, sui tavoli, ai vetri delle finestre. In alto e al centro. E poi sul pavimento c'erano tracce ovunque . Le aveva riconosciute subito. Spirito.




mercoledì 5 gennaio 2011

Storia di un bacio



“Ti butti?”
“Ma sì. Sono stufo di stare qua, mi annoio.”
“Io mi ci trovo bene. E dove pensi di andare?”
“Di sotto. Vedi quei due seduti sulla panchina?”
“Sì, sono lì da un bel po'. Buona fortuna.”
“Addio.”
E saltò giù. POF ! Ahia!
Caduto nel mondo sensibile, Bacio Assoluto rotolò in basso vicino alla panchina dove erano seduti una damigella in vestito rosa lampone e un giovane alto e impettito.
A balzelloni riuscì a salire lungo il vestito della fanciulla,  e si  sistemò sulla spalla  che la scollatura lasciava un po' scoperta.
“Ma che fate, principe!”
“Io nulla. Perchè?”
“E invece sì! Voi mi avete baciato la spalla!”
“Nego assolutamente.”
“Allora chi è stato secondo voi?”
“Non so, ma vi consiglio di usare l'ombrello.”
“Come arma di difesa?”
“A volte cadono da lassù cose. Roba platonica, sa il mondo delle Idee e roba del genere. L'ho letto su un giornale, è stato trovato un Bacio Assoluto disperso in Russia."
“Strano che vengano quaggiù. Il mondo delle Idee deve essere un luogo confortevole.”
“Non a tutti piace, evidentemente. Comunque quando atterrano, si infilano dappertutto, senza educazione.”
Intanto Bacio Assoluto se ne stava sulla spalla della dama cercando di aderire il meno possibile con uno sforzo che gli costava fatica come stare in punta di piedi per ore. Era preoccupato, non avrebbe potuto resistere a lungo in quella scomoda posizione. Inoltre avrebbe voluto dire la sua, spiegare che si annoiava dove tutto era rigido, eterno, a stoccafisso. Ma non si fidava di parlare a quei due sulla panchina, l'uomo soprattutto gli sembrava freddo e scostante con la damigella. 
“Le consiglio caldamente di usare l'ombrello, potrebbe ritrovarsi una cosa platonica chissà dove, e non dico altro."
"Ditemi,  principe, perchè mai dovrei difendermi da un bacio perfetto? Se è arrivato fresco fresco dal mondo delle Idee, deve essere bello, anzi molto bello. Chissà dove sarà finito?" e la damigella si guardò mesta il vestito e le scarpine di raso lampone, cercando qualcosa.
Bacio Assoluto era arrivato al limite della sua resistenza. Si lasciò cadere scivolando leggero fino allo schienale della panchina. Guardò giù la neve. Il bianco e freddo gli ricordava la sua casa lassù, ma qui il bianco pareva soffice.
La sua avventura nel mondo sensibile non poteva  finire con  quei due a discutere. Dov'era la passione, la sensualità, la carne che aveva tanto sognato? Via da qui.  Saltò nella neve.
POF! Ahia !



martedì 4 gennaio 2011

Storia dell'aria



Il principe dell'Aria viveva in un castello sulle cui torri svettavano innumerevoli antenne. Ogni mattina il principe trasmetteva messaggi e dispacci che raggiungevano i punti più lontani del regno grazie alle potenti antenne che diffondevano le onde trasportatrici. Tutto poteva viaggiare su di loro, bastava esprimere un'idea e le onde la indirizzavano nel punto preciso in cui si sarebbe realizzata, senza bisogno d'altro. Questo era molto comodo e faceva risparmiare tempo e denaro a chi abitava nei domini dell'Aria.
Dopo aver sbrigato gli affari del suo regno, il principe usciva per una passeggiata, scendendo fino alla  fontana del borgo. La sua meta era la pasticceria reale dove si fermava ogni mattina a guardare le alzate di cristallo colme di  paste. Tutte lo attiravano ed erano desiderabili allo stesso modo, sia che fossero un cestino di pasta frolla con fragoline di bosco,  o una millefoglie alla crema,  o una granatina di panna e cioccolato. Il principe le ammirava  pieno di desiderio, ma oscillava dall'una all'altra, e in cuor suo si rammaricava perchè sceglierne una significava rinunciare alle altre, almeno fino all'indomani mattina, quando la pasticceria reale avrebbe sfornato altre pastine tenere, profumate e fresche, ricominciando tutto daccapo.
“Ehi principe!” si sentì apostrofare dal vetro dietro al quale stavano le dolci bontà - “Toglimi da questa vetrina!”
Il principe rimase sbalordito perchè nessuno mai aveva osato rivolgersi a lui in modo così sfrontato.
“Per favore.” disse una pasta millefoglie alla crema di lampone, che stava un po' discosta dalle altre dolcezze.
Il principe diresse il  pensiero su quel punto e, grazie al potere delle onde trasportatrici, in un attimo la pastina si depositò tra le sue mani. Uscì e andò a sedersi sul bordo della fontana, appoggiando con delicatezza la pastina accanto a sè, incuriosito e stuzzicato nell'appetito.
"Grazie” -  disse il dolcetto -  “Non fa per me la competizione. Ho altro da fare io.”
“Ma è nella tua natura di pastina stare lì e aspettare che qualcuno ti scelga.” rispose il principe che già pregustava.
“No, non per me. Io voglio andare sull'Himalaya .”
“Perchè in un posto così lontano?”- chiese il principe con leggera impazienza.
“Perchè al suono della montagne più alte posso mutare forma. Ci vado subito con le onde trasportatrici,  prima che qualcuno decida di ingollarmi. Addio.”
E saltò rapida in groppa a un merlo che spiccò il volo all'istante, lasciando il principe come un baccalà con la mano allungata a mezz'aria.
Il principe indispettito ritornò al castello, e dimenticò presto quel bizzarro incontro,  travolto com'era dagli importanti affari del suo regno e delle sue antenne.
Passò un anno, e una mattina radiosa il principe fu svegliato nel suo vasto letto principesco dal rumore di qualcosa che batteva contro il vetro della sua finestra. Si alzò per vedere cosa fosse, e sul davanzale trovò una chiave d'oro e un biglietto “Cerca la porta”. Non era firmato, ma sul bordo c'era un soffice sbaffo rosa molto invitante. Il principe lo assaggiò e riconobbe il gusto della crema al lampone di cui era ghiotto.
Girò tutto il castello alla ricerca della porta che la chiave avrebbe aperto, ma invano. Stanco si sedette sui gradini della scala a chiocciola di una delle torri. Qualcosa di guizzante attraversò il pavimento e si fermò davanti a lui. Un topo dai baffi biondi gli fece cenno di seguirlo con una zampa, e si buttò veloce come un razzo giù dalle scale. Il principe lo seguì scendendo a capofitto i gradini che sembravano non finire mai. Finalmente giunse al fondo, davanti a una porta lucida e intatta di cui non aveva mai sospettato l'esistenza. La porta, girata la chiave d'oro, subito si aprì con un sonoro scricchiolio. Il principe si ritrovò in una sala dal soffitto altissimo, rischiarata da torce accese che brillavano dalle pareti.
Nel mezzo stava un grande tavolo ingombro di oggetti che mostravano la patina del tempo. Il principe notò nell'ammasso un caleidoscopio, lo prese e lo avvicinò all'occhio puntando l'oggetto verso la luce delle torce.
Una cascata di arcobaleni digradava dolcemente in un delicato girotondo e si dissolveva in una nuvola azzurra. Ripose l'oggetto sul mucchio delle cianfrusaglie, quando sentì qualcuno che lo apostrofava:
“Ehi principe, toglimi da qui!”
Rimase di stucco, e scrutò attentamente il mucchio sul tavolo.
“Per favore. “  Il principe riprese lo strumento impolverato e lo osservò attentamente.
“Sono tornata dall'Himalaya e ....” continuò l'oggetto.
A sentire queste parole, il principe mollò subito la presa e il caleidoscopio cadde a terra con gran rumore di ferraglia. Subito nel punto in cui era caduto si sprigionò un vortice di colori che zampillò come l'eruzione di un vulcano fino quasi al soffitto. Il principe arretrò spaventato, ma rimase a bocca aperta e col naso all'insù a guardare la girandola che si esaurì in una nuvola azzurra, dalla quale pian piano comparve un lungo vestito a millefoglie color crema di lampone. Nel vestito c'era una damigella.
“Crema di lampone!” esclamò il principe dalla sorpresa.
“Sì” rispose l'apparizione, tenendo gli occhi bassi e aggiustandosi le pieghe del vestito che scendevano vaporose fino a terra.
“Ma come è possibile ? Come ?” chiese il principe sbalordito.
“Te lo racconterò.” rispose, e lo prese a braccetto. Si incamminarono verso il giardino del castello. 
C'era una panchina in mezzo alle siepi ricoperte di neve.


4. Dove si rivela un segreto


 comincia qui
Gentile dottoressa Otile,
dopo anni trascorsi nel suo studio, con guanti gialli e candeggina, tra tè e cocktail, sono giunta alla conclusione che separarsi è necessario.
Ho condiviso con Lei la vicinanza del lato oscuro. L'ho soccorsa, l'ho slegata, l'ho sbavagliata, ho ripulito il suo tailleur dalle emissioni dei suoi pazienti, le ho sostituito le calze lacerate con eguali nuove del suo colore preferito scoiattolo, le ho preparato il tè e versato chartreuse o armagnac nel suo bicchiere di cristallo. Ho ascoltato dalla mia scrivania e ho risposto al campanello d'allarme con cui chiedeva il mio intervento. Ora sono pronta. Come un addetto alle luci in un teatro che ha visto mille repliche di Edipo, conosco il copione, e sono pronta. Sento che la scena è predisposta per me, e mi attende. Ha ragione quando dice che è stata una fortuna la catastrofe del cuoco.
Sebbene abbia compreso il suo stile analitico, erano anni che mi aspettavo accadesse qualcosa di simile. Ma sono d'accordo con Lei, l'evento catastrofico muove una giostra psichica che diffonde a cascata effetti imprevedibili.


Vede dottoressa, ora  mi sento libera. Perchè dopo aver chiuso ogni sera la porta del suo studio, per anni prima di tornare a casa, ho dovuto sedermi in qualche bar a riempire un quaderno con tutto quello che avevo visto, sentito, capito, per scaricare fuori da me tutto il male che mi aveva sfiorato. Negli anni ho raccolto decine di quaderni, che ora conservo in un armadio. Soltanto così ho potuto salvarmi. Non sono rimasta integra, naturalmente, sono costantemente affamata e inquieta, e non digerisco. Devo usare i prodotti per il trucco Emotif, perchè la mia faccia senza trucco non esprime più nulla, se non disgusto. 



Farò tesoro dei suoi consigli. Non si preoccupi per me, sono in grado di provvedere. Sfrutterò le mie qualità "per rimettere tutto a posto", che sono sempre molto ricercate. Non capisco bene ciò che intende con thanatos e restaurant, ma ormai ho alle spalle il labirinto analitico, e non mi interessano più le sottili interpretazioni della sua splendida mente. Sono sulla scena, adesso, e la prego di non mandarmi una cartolina dalle Isole Tuamotu.  So che Lei avrà una spiegazione per tutto quello che le ho detto. Le auguro buon soggiorno. Addio.
Claire
continua qui

3. La svolta





comicia da qui

Gentile Claire,

Lei capirà. Sono costretta a qualcosa di definitivo perchè gli ultimi eventi non mi lasciano altra scelta. Devo chiudere lo studio e rinunciare alla sua preziosa collaborazione. Non la consideri una catastrofe nel senso comune del termine, ma una trasformazione. Lei è una donna concreta e sono certa troverà una sistemazione soddisfacente per le sue ottime qualità. Come dimenticare la cura che mi ha dedicato in questi anni ripulendo lo studio dai gingilli e dalle sgradevolezze che i miei pazienti lasciavano in giro? Ho potuto contare sulla sua impeccabile capacità di rimettere tutto a posto, togliendo di mezzo ogni traccia che le alterazioni mentali che mie pazienti volevano installare nella nostra tranquilla giornata. L'equilibrio si è rotto grazie all'infausto atto del cuoco che ha finalmente incontrato la sua ossesssione, una"sogliola gigante" nel l signor Rapigota, morto come un pesce predisposto alla cottura, ossessionato a sua volta dalla "sogliola felice". In sincronicità perfetta le due ossessioni si sono agganciate. Tenga conto di questo dettaglio, Gentile Claire, non è eros e thanatos la notte della mente, ma thanathos e restaurant. Meglio bere, quindi, perchè è più etico, come essere vegetariani, e non sfiora quel click sul codice violento e sacrificale che ci contraddistingue tutti. Non mi sento responsabile ma semplicemente pedina. Mi trasferisco alle Isole Tuamotu, dove ho una piccola proprietà. Non desidero ricevere comunicazioni. Le consento di usare il mio numero soltanto nel caso Lei si trovi in seria difficoltà. La mia banca provvederà a tutto
cordialmente,
dott.ssa Otile

lunedì 3 gennaio 2011

2. Dove si parla di catastrofe




comincia da qui

“Le comunichiamo che la sua sogliola è bruciata. Era l'ultima. La dispensa è vuota. Il cuoco se n'è andato. Il maitre ed io abbiamo esaurito le ore straordinarie. Il riscaldamento è spento. Ci dispiace ma la sua permanenza al Louis XIV è giunta al termine. Buonasera.”

La nebbia cala all'improvviso su place Dauphine. Un uomo esce dal lussuoso ristorante Louis XIV, e si incammina stringendosi il bavero al collo. E' mezzanotte, la strada è deserta, e i suoi passi risuonano sotto le arcate della Colonnade. Fa freddo, il silenzio è rotto soltanto dai suoi passi. L'uomo si volta per vedere se ci sia qualcuno alle sue spalle. Nessuno.  Sta per oltrepassare l'ultima arcata, quando viene afferrato al collo e immobilizzato con le braccia dietro la schiena. Un uomo con un passamontagna nero lo spinge con violenza contro il muro, puntandogli un coltello alla gola.

“Allora, eccoti qua. Vediamo se adesso ti metti a sbraitare “La mia sogliola.... la mia sogliola..”! Vedi caro, la tua soglioletta s'è bruciata, anzi l'ho bruciata di proposito, appena ti ho sentito predicare al maitre e così e cosà sulla sogliola felice e idiozie del genere. Sai come si pulisce un pesce ? Bisogna bucargli la pancia e svuotarlo, sennò sa di merda. Ecco così.” L'uomo dal passamontagna affonda con forza il coltello sotto l'ombelico della vittima, lo estrae, spinge il corpo a terra. Ripulisce accuratamente il coltello con un tovagliolo bianco, lo ripone in una custodia nera, e si avvia all'ultimo metrò per tornare a casa.

Alle ore 16.00 di quello stesso giorno,  il cuoco suona al numero 4 di rue Moufetard, sale al quarto piano, la segretaria bionda e secca apre la porta e  lo introduce nello studio. Seduta dietro un'ampia scrivania la dottoressa Otile  gli fa cenno di accomodarsi sul lettino. L'uomo si stende e resta in silenzio. La dottoressa lo osserva attentamente, e tace. Passano così quaranta minuti. Poi trascorso il quarantunesimo minuto:
“Ho seguito il suo consiglio” dice il cuoco. “Ho finalmente pulito il pesce come avevo sempre sognato.”
“Molto bene – risponde la dottoressa Otile – e questa volta come l'ha cucinato?”
“Era una sogliola troppo grande, l'ho lasciata a terra.”
“Si sente meglio oggi? “ chiede la dottoressa.
“Sento la necessità di esprimerle la mia riconoscenza,  e c'è soltanto un modo. Cucinerò per Lei stasera dato che il Louis XIV è chiuso,  saremo soli e ho già....”
“ Lei sa bene che non è assolutamente possibile. La seduta è finita. Ci vediamo il prossimo mercoledì.” risponde freddamente la dottoressa Otile.
“Ma vede – continua il cuoco – io ne ho bisogno. C'è qualcosa che non le ho detto ancora.”
“Lei sa bene che non è assolutamente possibile. Ci vediamo il prossimo merc.” replica seccamente la dottoressa.
“Deve capire– continua il cuoco –che ho DOVUTO pulire la sogliola gigante. E tuttavia è caduta a terra, ed io non ho una teglia o una padella di quelle dimensioni. Capisce?”
“Lei sa bene che non è assolutamente possibile. Ci vediamo.”
“So di aver sprecato una sogliola gigante, ma bisogna affrontare nuove sfide, come lei mi ripete spesso. Accetti il mio invito, la prego.”
“Lei sa bene che non è assolutament “
Con uno scatto fulmineo il cuoco raggiunge la scrivania, afferra la donna e la immobilizza legandola in pochi istanti con una corda da barca che estrae dal giubbotto. Le attacca sulla bocca un adesivo a forma di cuore.
“Adesso stammi a sentire. Quando dico che ho bisogno di parlarti, devi stare ad ascoltarmi senza fare storie.” La dottoressa annuisce seduta sulla sedia con la corda che le sega il taillleur rosa capelvenere.
“Ho ucciso il signor Rapigota. Il proprietario dell'azienda agricola “Sogliola Felice”. Sai perchè ?” chiede il cuoco affranto.
La dottoressa annuisce seduta sulla poltrona di pelle nera, mentre le corde le segano le gambe morbidamente avvolte nelle calze trasparentissime color scoiattolo.
“Mi tormentava.” dice il cuoco torcendosi le mani.
In quel momento la segretaria bussa alla porta dello studio, preoccupata per il protrarsi della seduta , si affaccia e chiede:”Tutto bene dottoressa?”
La dottoressa annuisce seduta sulla poltrona mentre le corde le strizzano il seno spinto all'insù dal balconcino color pervinca che quella mattina indossa sotto il tailleur. La segretaria richiude educatamente la porta.
“Mi ossessionava – continua il cuoco – mi torturava, mi martirizzava, mi affliggeva........”
La dottoressa annuisce seduta sulla poltrona, mentre le corde le premono la vescica tesa a ormai metà della  giornata. E c'era ancora l'altra metà,  con l'aperitivo al Tabac Fontaine, la cena dal Tuscany, l'after dinner alla Boulle Verte, il night club L'indifferent, e un ultimo sorso al bistrot Millet. La dottoressa Otile abbassa lo sguardo sul libro appoggiato sulla scrivania,  La teoria delle catastrofi,  aperto a pagina 6.
“Una catastrofe è un “salto” da uno stato a un altro, un cambiamento: dal mutamento nel corso degli eventi a una trasformazione di forma. René Thom ha individuato sette catastrofi elementari che rappresentano i sette modi più semplici in cui può avvenire una transizione di questo tipo. Esse possono essere rappresentate da diagrammi che mostrano gli stati stabili sotto forma di punti, linee o superfici. Le sette catastrofi elementari sono: piega, cuspide, coda di rondine, farfalla, ombelico iperbolico, ombelico ellittico, ombelico parabolico.”
Alza lo sguardo: il paziente si è addormentato su lettino. La dottoressa Otile preme con il piede destro un pulsante che sta sul pavimento sotto la scrivania. Dopo un attimo entra la segretaria bionda e secca, che si avvicina, la slega, riavvolge le corde, le toglie l'adesivo dalla bocca.
“Grazie Claire, può andare adesso.” La dottoressa si liscia il tailleur sui fianchi, si aggiusta le calze. Apre il cassetto più basso della scrivania, ne estrae una bottiglia di Chartreuse con cui riempie una tazza vuota, quella con cui Claire le ha servito il tè alle dieci. Osserva il paziente che dorme e pensa che la catastrofe è arrivata, puntuale, precisa. Una modesta e  insignificante variazione nella giornata di un cuoco ha provocato una cascata di punti, tracciato altre linee, e cambiato  il diagramma. Non si sente responsabile di ciò che è accaduto. Era  il paziente a voler parlare e riparlare  di quel sogno ossessivo, la sogliola gigante.  Una ventina di sedute, non di più. Adesso dorme beato e sembra guarito. Così pensa la dottoressa Otile mentre finisce la tazza di Chartreuse.



1. Tutto comincia da una gita




Oggi con la maestra Mirella siamo andati a visitare un'azienda agricola. Prima di arrivare ci siamo fermati a un autogrill, dove ciascuno di noi ha comprato la merenda, secondo le istruzioni. Dopo pochi chilometri siamo arrivati all'azienda agricola “Sogliola Felice”. Abbiamo chiesto perchè si chiama così, ma la maestra non ci ha risposto. Allora  lo  abbiamo chiesto al padrone, un signore con due grandi sopracciglia a cespuglio, che teneva sempre aggrottate. Invece di rispondere alla nostra domanda, il signor Rapigota ci ha portato nella saletta per i visitatori dove ha parlato di quanto sia importante non mangiare carne al giorno d'oggi, e per dimostrarlo ci ha mostrato un video sulle incrostazioni di acido urico che hanno le arterie delle persone carnivore. Le vene erano foderate da stalattiti e stalagmiti come una grotta.  Siamo usciti in silenzio molto impressionati.
La seconda cosa che abbiamo visitato è stato il punto di ristoro alternativo, il bar  K,  dove alcuni lavoratori si riposavano al banco bevendo delle bibite beige. Qui ci siamo divertiti perchè sui muri c'era una mostra di fotografie e disegni,  in cui si vedevano tanti mostriciattoli,  e anche degli scarafaggi sul vestito di una signora, e altre cose che non abbiamo capito. Abbiamo chiesto ai signori seduti se potevano spiegarci delle figure,  ma  hanno continuato a sorseggiare i loro bicchieri con liquido beige,  fissando l'unica parete vuota.
Il signor proprietario della “Sogliola Felice” dopo ci ha fatto visitare il luogo dove si produce la fettina vegetale, delle grandi vasche con un liquido di colore beige che viene mescolato continuamente. La maestra ci ha detto che le fettine vegetali sono molto utili al nostro organismo. Poi abbiamo fatto una pausa per fare merenda, dopo la quale siamo tornati a casa con la corriera. Questa gita è stata molto interessante,   a parte il signor Rapigota, che è un tipo strano. Infatti, quando stavamo mangiando i nostri panini, chi di salame, chi di prosciutto, ci guardava severamente e sputava a terra. Un mio compagno di classe,  Terenzio, che sta sempre una mano infilata nei pantaloni, gli ha fatto le boccacce, il signore si è offeso e gli ha mollato una sberla con lo schiocco, tanto che Terenzio non ha più detto una parola dopo. La maestra ha fatto finta di niente. Lei è vegetariana, e i vegetariani tra di loro si difendono sempre, come insegna la storia.

venerdì 31 dicembre 2010

Dialogo di uno speleologo e di una cantante lirica


Cantante:AAAAAaaaaaaaaa....OOOOOOOOOOoooooo......EEEEEEEEEEeeeee..
Speleologo: E quando arriva alla U fa il lupo che ulula?
Cantante: Ma come si permette! Lei con quel ridicolo cappello in testa. Minatore?
Speleologo: Speleologo, prego. 
Cantante: Sempre sotto terra, comunque. Puzza di muffa e roba morta.
Speleogo: Mia cara signora, io esploro le viscere della Terra, arrivo dove nessuno è mai arrivato. Credo ci siano più cose morte su un palcoscenico che in una grotta.
Cantante:  La mia voce arriva alle viscere del pubblico e muove le profondità dell'anima. Lei non è in grado di capire.
Spleleologo: Quando sto appeso a una corda sopra un baratro, so benissimo cosa è l'anima. E là non c'è nessuno che mi applaude.
Cantante: Ho un pubblico, e allora? l'arte è eterna, va al di là. Lei invece va sotto terra, deliberatamente e anzitempo. Mi fa venire la pelle d'oca......AAAAAAAaaaaaa......EEEEEEeeeee..
Spleleologo: Silenzio buio e freddo sono pieni di vita, invece. Vado giù e torno. E quando risalgo in superficie, ho un'anima più grande. In ogni caso, più della sua.
Cantante: Nego. La mia anima cresce, e molto dopo aver cantato un'aria immortale che strappa  lacrime  e  applausi.
Speleologo: Sono sicuro che l'anima cresce più a me negli abissi che a lei dopo un recital.
Cantante: Accetto la sfida. Come facciamo a misurare l'anima?
Speleologo: Bisgna pesare la mano su una bilancia.
Cantante: Ma si può barare. A me basta un nulla, sto sempre a dieta.
Speleologo: L'anima non ingrassa come il corpo, cresce o diminuisce con uno lo scarto di 21 grammi.
Cantante: E se ho lo smalto sulle unghie? pesa di più? Se lo tolgo, pesa di meno?


Speleologo: Facciamo una prova. Guardi qui, ecco una bilancia.
Cantante:  No, mi sento gonfia oggi.
Speleologo: Non importa. Pesi la sua mano, adesso.
Cantante: Accidenti! Segna – 21. Sono dimagrita!
Speleologo: Anche a me segna – 21.
Cantante: Ho vinto o no ? Perchè abbiamo tutti e due -21?
Speleologo: C'è una sola spiegazione. 
Cantante: Quale? 
Speleologo: Siamo passati.
Cantante: Non è possibile. Mi sento così piena di voglia di...
Speleologo: ...di vivere?
Cantante: AAAAAAAAAaaaaa …... OOOOOooo..... EEEEEeeee..........
Speleologo: E' inutile che faccia qui i suoi vocalizzi. Non le servono più.
Cantante: EEEEEEeeeeee …...... IIIIIIIIiiiiiiiiiii....... La faccia finita. Lei con la sua stupida idea di pesare l'anima! E' tutta colpa sua se siamo qui.
Speleologo: Ridicolo!
Cantante: Avevo ragione io quando dicevo che Lei ha qualcosa di sinistro, con  la sua mania di andare sotto terra. Lei porta iella.
Speleologo: Faccio solo sport. 
Cantante: C'è solo un posto dove si pesa l'anima,  un tizio con la testa di sciacallo, l'ho visto su un'enciclopedia.
Speleologo: Una coincidenza.
Cantante: Non esistono le coincidenze. Lei è responsabile, faccia qualcosa.
Speleologo: Non so.


Cantante: Mi tirerà fuori di qui al più presto.
Speleologo: Non posso.
Cantante: Oh sì, Lei può. Come mi ci ha portato, così mi tirerà fuori.
Speleologo: Ma la nostra condizione non è reversibile. Non è un cappotto double face.
Cantante: Non dica sciocchezze. Pensi, invece, si sprema. E' lei che è un conoscitore degli abissi ! Io conosco solo arie, arie e arie.
Speleologo: Canti  allora. Chissà che qualcuno non la senta. Lei è l'incantatrice.
Cantante: Si dia da fare, trovi un'uscita.
Speleologo: Nessuno è mai uscito di qui.
Cantante: Devo. Ho uno spettacolo stasera.
Speleologo: Faccia come vuole.
Cantante: Conosce il  pensiero positivo?  Funziona sa, l'ho provato. Bisogna avere molta volontà. E' quella che manca, è il sentirsi deboli e bisognosi la nostra disgrazia. Guardi i greci.
Speleologo: Li guardo, ma non mi aiuta. Piuttosto cercherò un posto dove accamparci.
Cantante: Lei si è già arreso, così sarà più difficile uscire di qui. Dovrò far da sola, come sempre. Voi uomini, al momento del dunque, salsicce e  birre in fresco.
Speleologo: Non sarebbe una cattiva idea. Se Lei vuol fare i suoi pensieri positivi, li faccia, non mi disturba. Io intanto sistemo il terreno per la tenda.
Cantante: E' attrezzato, complimenti. Io dove mi metterò?
Speleologo: E' una tenda di soccorso a due piazze.
Cantante: Ah no, io non ho mai dormito in una tenda e non dormo con estranei.
Speleologo: Non ha scelta, a meno che non trovi il modo di andarsene.
Cantante: Lo farò domani. Oppure oggi? Non so, domani, oggi, sono un po' confusa. Vorrei sedermi.
Speleologo: Venga qui, in questo punto la roccia è più liscia.
Cantante: Sì grazie. Mi sento improvvisamente vuota.
Speleologo: E' normale, il viaggio. Si riposi qui, mentre io cerco un posto per montare la tenda. Se ha bisogno, mi chiami. 
Cantante: Ma non si allontani troppo, La prego.
Speleologo: Farò presto.
Cantante: Sì.



martedì 30 novembre 2010

Storia della cosa tonda




 
“Una carezza e un cucù dalle scale? Tutto qui?” chiese Nastrino color albicocca seduto sul divano, annoiato dalla conversazione.
“Non c'è altro.” disse Cipria sconsolata, lasciando cadere una lettera sul pavimento, e adagiando le curve sul cuscino.
“Cose che capitano.” fece Nastrino tanto per dire qualcosa, mentre con sguardo distratto percorreva il profilo sinuoso di Cipria. Una linea morbida intercettava la sua attenzione, distraendolo.
“Non ricorda nulla di me.” disse Cipria, sentendo un impalpabile disagio, come se una piumetta sporca le fosse caduta addosso da chissà dove. Nastrino cercava di spostare gli occhi altrove mentre parlava, ma cedeva a quel rotondo che sprofondava nella soffice imbottitura di piume.
“Sarà intimidito. Tutto qui.” avanzò il color albicocca, appoggiandosi su un fianco, in modo da essere più vicino. Si teneva a rispettosa distanza dalla cosa tonda, che gli sembrava curvasse l'aria attorno. Pensò che tutti gli spigoli, gli angoli acuti e ottusi che premevano il mondo, venissero sopraffatti e schiacciati a pureè da quella forma armonica.
“Forse, ma non ricorda. Di me. Niente.” sussurrò mestamente Cipria, e arretrò in modo impercettibile per ripararsi dalle occhiate del color albicocca che calavano più fitte su di lei, come le prime gocce di un temporale.
Nastrino rimase in silenzio e si aggiustò sul divano in modo che la distanza fosse appena un soffio. La curva del contorno di Cipria era vicina ed emanava cerchi armonici nell'aria, come fa un sasso buttato nell'acqua.
“Posso abbracciarti?” proruppe Nastrino che ormai aveva perso ogni interesse a continuare quella conversazione. Voleva stringerla, anzi strizzarla. Far tacere l'ottimismo sguaiato della forma. Ben costretta, avrebbe finito di fare candore tutt'intorno, e già pregustava il piacere di vederla legata come un salame.
Un brivido percorse Nastrino che fissava l'armonica curva senza più ascoltare altro. La cosa tonda si alzò di scatto dal divano.
“Nastrino, sei uno stupido! Adesso devo scivolare giù fino in strada, per mettermi in salvo.” disse Cipria rotolando su un fianco, asciutta e senza lacrime. E si dileguò.
Nastrino albicocca restò a bocca aperta, basito dalla preda che scompariva in un lampo. Si era proteso per avvolgerla stretta con giri e giri intrecciati, fino a disegnare sulla cosa rotonda segmenti di angoli acuti e di angoli ottusi, e far silenzio.
Guardò dalla finestra, fuori era l'alba e gli spigoli intonavano il loro verso stridente nell'aria chiara del mondo. Sospirò.

domenica 28 novembre 2010

Storia del buio e della luce



Un pipistrello aspettava tutto il giorno il calare del sole per uscire di casa. Per tutta la giornata se ne stava rintanato con gli occhiali scuri e passava il tempo a disegnare. Ma non appena arrivava il tramonto, toglieva gli occhiali e faceva il bagno alle ali per volare meglio. Quando l'oscurità era completa, spiccava il volo mentre tutti si rifugiavano nelle case illuminate, impauriti dal buio. Lui invece volava su e giù nell'aria scura, felice come un matto. Ma doveva stare molto attento quando la notte finiva, perchè se avesse visto un solo raggio di sole, sarebbe diventato un mucchietto di cenere.
Una notte mentre scorazzava contento, vide uno scintillio provenire da una finestra aperta. Si avvicinò incuriosito e si posò sul davanzale. Un piccolo diamante era stato messo lì ad asciugare dopo aver fatto un bagno per brillare meglio. Il pipistrello restò affascinato da quel brillio, tanto che era tentato di rubarlo e portarselo a casa. Ma si sentiva intimidito da quella luce così bella, e rimase a guardarla  incapace di avvicinarsi. 
Le ore della notte passarono, e il pipistrello incantato non si accorse che il primo raggio di sole stava per sorgere. Qualcuno si affacciò alla finestra, prese il diamante ormai asciugato, e vide lì accanto un mucchietto di cenere, che soffiò via come per spegnere una candela. Il mucchietto di cenere se ne andò, portato da una brezza leggera, felice come un matto nell'aria chiara del giorno.

venerdì 12 novembre 2010

Il gruista


Alle cinque del pomeriggio ha finito il turno. Scende lentamente la scala a pioli della gru. Nel container che fa da spogliatoio si toglie la tuta, il casco, i guanti, le scarpe. Ripone tutto con cura nell'armadietto, si riveste. Tutti si salutano in fretta. Prende l'autobus alle 17 e 20, scende alla terza fermata, svolta nella prima laterale a destra, dove sta il bar. Si siede al suo solito tavolo, ordina una birra, estrae dal giubbotto un libro, lo apre dove sta infilato il segnalibro. Vorrebbe leggere, ma le chiacchere e le risa degli avventori lo distraggono. A quell'ora ci sono uomini che come lui hanno finito di lavorare e vengono a farsi un bicchiere prima di tornare a casa. C'è Senhal, il muratore piccolo e smilzo di origine basca, che ammicca col mento appuntito, e ride quando gli altri non ridono alle sue battute grevi; con lui c'è Famal, l'idraulico grosso e baffuto, viso color porpora e uno spiccato accento basco che rende difficile capire di cosa parla. Accanto ai due, ma un po' discosto, il signor Pinault, l'elettricista, magro e taciturno, mani bianche con dita lunghe e disarticolate da orologiaio. Attorno tavoli e sedie di legno scuro, lucido e consumato dagli anni. In fondo a sinistra, sotto una pubblicità ingiallita di cognac, un tavolo che di solito è vuoto perchè troppo stretto. E' occupato. Una donna. Non l'ha notata subito entrando. E' raro vedere una donna di quel tipo nel suo bar, un posto senza fronzoli, con le pareti in perlinato fino a una certa altezza, e i muri di un colore indefinibile. Il tipico posto dove a mezzogiorno si mangia, e dove rimane sempre un odore di minestra e spezzatino . L'unica donna che compare regolarmente è la cuoca, la signora Paline, di origine basca, piccola e larga, gli occhi infossati in un viso tondo e grasso, mani rosse che asciuga continuamente sul grembiule. Spunta all'ora di pranzo, mette fuori i piatti sul bancone, e ritorna in cucina senza dire mai una parola. Altre clienti sono per lo più donne anziane che abitano là intorno, e vengono ogni tanto a bere un aperitivo con qualche amica, come la signora Marceline, maestra in pensione, e l'amica, sulla quale Senhal fa battute per far ridere gli altri, che non ridono, perchè la signorina Lorette ha una sorta di collinetta sulla schiena, ma a tutti fa comodo che venga ogni tanto. 
La donna seduta al tavolino, invece, non si è mai vista. Sta china su un quaderno e scrive. E' secca, ma con un busto florido, capelli biondo cenere raccolti in uno stretto chignon, paltò beige, mani piccole e secche. La faccia è contratta, con linee sottili attorno agli occhi. Ha posato la penna, si guarda attorno. Sul tavolo davanti a lei c'è un bicchiere vuoto. Per un istante incrocia lo sguardo con un uomo seduto a un tavolo di fronte, con un libro in mano. Chiude il quaderno, lo mette nella borsetta, si alza, scosta la sedia, si dirige alla porta, ma improvvisamente si affloscia, e cade a terra, stesa. L'uomo con il libro scatta subito oltre i tavoli, le prende il polso. Regolare. Senhal grida al banconiere di fare qualcosa, mentre ride e fa battute sulle donne che svengono.
”Come sta?” le chiede.
”Non è niente, adesso mi alzo.” risponde la donna cercando di alzarsi.
“Aspetti.” la solleva per le braccia, la fa sedere su una sedia vicino.
“Dovrebbe mangiare qualcosa, forse” le dice.
“No, grazie”- risponde la donna guardandosi attorno - “Ho dato un bel disturbo.”
“Ha bisogno di qualcosa, le chiamo un taxi, signorina....”
“Claire. Signorina Claire” risponde prontamente - “ Aspetto un po' prima di andare, ma vorrei ringraziarla, signor.......?” chiede la donna educatamente.
Silenzio. Non risponde, si guarda le scarpe. Ha letto da qualche parte che le donne guardano due cose negli uomini. Le scarpe, una, appunto. I suoi scarponi grigi sono rovinati sulle punte, le spighette annerite. Guarda le scarpe della donna, decoltè blu con tacco, calze senza colore, forse nudo, i piedi uniti, ginocchia strette. Il silenzio continua. Non sa che dirle. Ci vorrebbe una parola, adesso, il più presto possibile, ma proprio la necessità di parlare lo svuota.
“Si sente male ?” chiede la signorina Claire – vuole un cordiale?” dice educatamente aggiustandosi il foulard azzurro con teste di cavallo marroni. Il silenzio dura. Senhal ha finito il suo calice di rosso, prende a braccetto Famal mimando un passo di danza, escono. Resta Pinault, che legge imperturbabile la gazzetta dello sport in piedi, sorseggiando una birra. Il banconiere, un giovane trentenne con la barba rossiccia e basette a cespuglio, asciuga i bicchieri e guarda il pavimento.
“Se volessi parlare, parlerei” - riesce finalmente a dirle.
“Bene. Cominciava a preoccuparmi.” dice la donna, e fa cenno al banconiere - “Un calvados. Ne vuole anche lei?”
Lui ordina una birra.
La signorina Claire beve un lungo sorso di calvados, e lo appoggia al tavolo schioccando con la lingua. Lui beve piano la sua birra. Ogni volta che avvicina una donna, vorrebbe essere un'altra cosa, le calze di Claire, ad esempio, o il suo foulard azzurro. Sente il proprio corpo inutilmente atletico. Sente il profumo di lei, Bandit. Il silenzio è lieve. La signorina Claire ha il bicchiere vuoto, mentre il suo è a metà.
“Bevo solo quando ho fame” osserva lei dolcemente, e fa cenno al banconiere indicando il suo bicchiere vuoto. Il ragazzo arriva con la bottiglia, riempie il bicchiere, torna dietro il banco..
“Più sto in basso, più ho le vertigini” - risponde lui. E' l'effetto della gru, ma questo preferisce non dirlo.
“La capisco.” - dice la signorina Claire educatamente, dando un gran sorso, dopo il quale schiocca la lingua...
( continua )

giovedì 2 settembre 2010

Hallux

Ai piedi del letto il mostro continuava a ripetere la stessa cosa.
Il suo disturbo si limitava a questo: comparire nel bel mezzo della notte, prendere posto in modo impacciato sul mio alluce destro e, dopo avermi svegliata, ripetere sempre la stessa cosa.
Una cosa che al mattino non ricordavo più.
Una cosa che non ho ancora capito.
[...]
Ma una notte il mostro non tornò.
Nulla schiacciava più il mio alluce, nulla mi svegliava più. Le ore oscure passavano senza pesare. Mi svegliavo più bella, sorridevo di più.
Tuttavia cominciai a provare una malinconia struggente, una nostalgia irrisolvibile verso quella frase sentita mille volte che non mi era concesso ricordare.
Cominciai a credere che se il mostro fosse tornato un'ultima volta avrei finalmente capito.
Fu così che mi ritrovai ad aspettarlo.