giovedì 13 gennaio 2011

Storia di una freccia



C'era un tempo in cui una freccia non sapeva decidere. Sbandava da un lato e dall'altro, come un motociclista lanciato a fare curve.
Non si sentiva una, aveva la sensazione di essere due, una parte lieve e una pesante, A e B, spirito e materia, che si alternavano come girava di qua o di là. Non era del tutto spiacevole sentirsi due, tante cose erano due, una torta a due strati ad esempio, o una conchiglia a due valve. Solo che nel suo caso, nessuno avrebbe potuto dire cosa fosse in un determinato momento. Neppure lei stessa poteva prevedere cosa mai sarebbe stata alla prossima curva, se puro soffio o pura sostanza. Immersa e protetta da una nuvola di probabilità dove A e B, spirito e carne, erano appoggiati ovunque, ma imprevedibili.
A dir il vero la parola “carne” non le piaceva, perchè suonava come qualcosa di chiuso e aggrovigliato che spandeva succo. Preferiva la parola “soma”, che dava una sensazione di espanso ma zitto. Era spirito e soma, a seconda.
Oscillare era facile, soprattutto negli spazi aperti e senza ostacoli, ad esempio un deserto o una superficie d'acqua, senza onde, dove era perfetto. Ogni giorno si ripresentava identico, con A e B intrecciati, nella pace incoraggiante delle probabilità.
Fino a quel martedì.
La cosa peggiore che potesse capitare era incappare in un osservatore, da qualche parte. Ne bastava uno , e la freccia sarebbe caduta in un unico stato, quello pesante ad esempio, senza ritorno. Succedeva così, non appena qualcuno si accorgeva dei voletti liberi e plurali di una cosa, zac, le infilava uno spillo nella schiena tipo farfalla, per mostrarla trionfante ai collezionisti di cose ferme. Pensare di dover essere solo una, senza l'eco dell'altra cosa, e perdere il paradiso delle giravolte qui e là, era amaro, buio.
Quel martedì un osservatore suonò alla porta dello studio di un artista, all'ultimo piano di un elegante edificio, nel pieno centro di una città che non aveva più confine. Entrò e vide negli acquarelli incorniciati, pronti, appoggiati a terra, una freccia.

 Diritta in un quadro. In più quadri, moltiplicata e adagiata sopra un divano con le zampe nell'acqua, oppure sospesa a mezz'aria, e questo nel migliore dei casi.
Gli altri erano da brivido. Conficcata nella carne. Di un esploratore, di un portiere d'albergo, di un coniglio e altri. Ma non colava fuori nulla di rosso, per fortuna. Negli acquarelli trapassare da parte a parte una figura era secco e silenzioso, un dolore in forma minerale, pulito.
La prima reazione era stata di sconforto. Finite di colpo le sue sbandate quotidiane di qua e di là, in caduta libera tra spirito e materia, nella nuvola probabile. Un rimpianto.
Poco a poco, si sentì meglio. C'era deserto nei quadri, e acqua liscia come piaceva a lei. E assenza di ostacoli. Niente colore rosso, ma trasparenti grigi e sabbia, con azzurri spenti. Tutto era smorzato, quieto, e questo la tranquillizzava. Sembrava quasi il posto ideale per una freccia con le sue esigenze.
Come seconda cosa realizzò di non essere caduta. Catturata, sì, ma senza spillo nella schiena. Perchè a tendere bene le orecchie era chiaro che nei quadri oscillava più di prima. Non allo stesso modo. Si sentiva più sottile, come l'avessero cotta e consumata in una fornace fino a restare scura e volatile. Esultò. Risuonava sulla carta come un diapason.
Le piaceva stare nei quadri appoggiati a terra, all'ultimo piano di un edificio elegante, nel pieno centro di una città dal confine disusato.
Forse era questo il suo destino di freccia. Nello studio, una nuvola di immagini appoggiate, sospese a mezz'aria, alle pareti, sulle sedie, tra le bottiglie vuote, sui tavoli, ai vetri delle finestre. In alto e al centro. E poi sul pavimento c'erano tracce ovunque . Le aveva riconosciute subito. Spirito.




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